
Il suicidio di Lucrezia è un soggetto con cui Guido Reni si è misurato a più riprese: se ne contano svariate versioni autografe – la più celebre, forse, è quella conservata alla Pinacoteca Capitolina di Roma –, per nulla dire delle repliche realizzate dalla bottega. Era, con tutta evidenza, un soggetto che incontrava il favore dei collezionisti che in quegli anni facevano a gara per accaparrarsi un dipinto del grande maestro bolognese. Quest’ultimo aveva modo di affrontare un tema a lui caro e congeniale, che gli consentiva di coniugare in un equilibrio preciso intensità drammatica e bellezza sensuale: quello di una giovane donna, raffigurata talora a figura intera, più spesso a mezzo busto, mentre compie il sacrificio estremo di sé.
È quanto avviene con Lucrezia, l’eroina romana che giunse a togliersi la vita trafiggendosi con un pugnale per lavare la vergogna della violenza arrecatole dal figlio di Tarquinio il Superbo (il suo gesto, secondo Tito Livio, provocò la cacciata del tiranno dalla città e la fine della monarchia). Ed è quanto avviene con Cleopatra, un personaggio di cui Reni fa, in un certo modo, una figura speculare a quella di Lucrezia, tanto da adottare, illustrando i due suicidi, soluzioni compositive assai simili, dove l’unica variante è costituita dagli attributi: l’aspide per la regina d’Egitto, il pugnale per la matrona romana.
Il dipinto che, grazie all’acquisto del Ministero della Cultura, è entrato ora a far parte della Galleria Nazionale della Liguria, per essere ospitato a Palazzo Spinola, è un capolavoro di squisita fattura attica del periodo tardo della produzione di Reni, da collocarsi verso la fine degli anni Trenta del Seicento (è stata proposta la data del 1638), allorché il pittore bolognese, giunto all’apice della sua carriera, lavorava senza sosta per soddisfare le richieste che gli piovevano da tutt’Italia.
Lucrezia è ritratta a mezzo busto, avvolta in una candida veste che le lascia scoperto il petto. Su questo essa ha appena conficcato la lama del pugnale (non vi è traccia di sangue: Reni rifugge dai particolari di crudo realismo), e intanto rivolge gli occhi verso l’alto, come a chiedere conforto al cielo.
Delineata ricorrendo a una tavolozza dai toni tenui, delicati, tipica dell’estrema maturità di Reni, la figura dell’eroina emerge da un fondo scuro, avvolta da una luce morbida, sì da far convergere tutta l’attenzione dello spettatore sul suo gesto drammatico.
La tela di Reni – di formato ovale su una cornice moderna – entra ora in una raccolta pubblica e potrà essere ammirata dai visitatori di Palazzo Spinola. Questa è sicuramente una buona notizia.
Nicola Rossello



