Figura di rilievo nel panorama della pittura italiana del secondo Ottocento, Niccolò Barabino (Sampierdarena, 1832 – Firenze, 1891) si era formato con Giuseppe Isola all’Accademia Ligustica di Genova, per poi trasferirsi a Firenze e dedicarsi allo studio dei maestri del Rinascimento, seguendo una prassi consolidata per gli artisti liguri di quegli anni. E a Firenze, dove aprì un proprio atelier e svolse larga parte della sua carriera, ebbe modo di frequentare il cenacolo macchiaiolo del Caffè Michelangelo. Si dedicò in prevalenza alla pittura sacra e di soggetto storico-letterario, eseguendo cicli decorativi ad affresco e vasti quadri destinati a chiese e palazzi. Ottenne buoni consensi e poté beneficiare di commissioni religiose e civili di una certa rilevanza. A Firenze lavorò per i mosaici delle lunette per la nuova facciata del Duomo. Per Genova e per la Riviera ligure, a cui rimase sempre molto legato, realizzò opere come Consolatrix afflictorum, destinata alla cappella dell’ospedale di Savona e oggi nella Pinacoteca Comunale della stessa città, La Madonna del Rosario con i Santi Domenico e Caterina da Siena, eseguita “a modo di trittico” per la chiesa dell’Incoronata, e poi ancora, tra i dipinti a carattere profano, Galileo davanti al tribunale dell’Inquisizione, Carlo VIII e Pier Capponi, Colombo a Salamanca, Archimede, Galileo in Arcetri, Janua victrix…
Quasi oliva speciosa in campis è il suo capolavoro e, insieme, la sua opera più iconica.
Il dipinto (il titolo, che riprende un versetto dell’Ecclesiaste, “come un ulivo maestoso nella pianura”, è riferito alla Vergine) è intriso di accenti soavi e delicati. Proprio per questo, e per la straordinaria diffusione popolare di cui ha goduto nel tempo, può essere avvicinato alle Madonne del Sassoferrato.
Quella esposta in questi giorni al Museo Diocesano di Genova è una replica autografa della tela che Barabino eseguì per la chiesa di Santa Maria della Cella di Sampierdarena, in sostituzione dell’opera originale. Quest’ultima, presentata nel 1887 all’Esposizione Nazionale di Belle Arti di Venezia, aveva suscitato il vivo interesse di una visitatrice di gran riguardo: la regina Margherita di Savoia, che ne era rimasta ammaliata. Il re Umberto I, allora, si era affrettato ad acquistarla. La replica che Barabino dipinse in seconda battuta presenta alcune varianti iconografiche. Il cambiamento più significativo riguarda la sostituzione delle arance con i ramoscelli di ulivo. Di qui la denominazione popolare di “Madonna dell’Ulivo” con cui il dipinto è conosciuto dai fedeli.
Colorista efficace, Barabino riesce qui a coniugare armoniosamente influenze raffaellesche e veneziane. L’esecuzione pittorica è vibrante, la pennellata energica e precisa. Il lessico classicista neorinascimentale che è alla base del dipinto (lo stesso che veniva allora raccomandato dalla cultura accademica), è temperato dall’attenzione al vero che Barabino aveva assimilato dai Macchiaioli. La forza sapiente della composizione, il suo esuberante decorativismo (l’esotico manto bianco che avvolge la Vergine è un omaggio alla maniera orientaleggiante dell’amico Domenico Morelli), la tavolozza fresca e vivace, ma soprattutto l’intensità emotiva che traspare dai volti di Maria e del Bambino, riflettevano appieno il sentimento di religiosità popolare caratteristico del tempo, e furono alla base dell’immenso successo dell’opera.
La mostra di Genova (aperta sino al 16 marzo 2026; curatori Lilli Ghio, Paola Martini, Caterina Olcese Spingardi, Sergio Rebora) si propone di illustrare la straordinaria diffusione che il dipinto ha avuto nel tempo: il quadro è stato riprodotto in un numero infinito di disegni, incisioni, fotografie, cartoline, santini e immaginette devozionali, maioliche, terrecotte, porcellane, medaglie, arazzi, stendardi processionali, per nulla dire delle repliche pittoriche su scala ridotta realizzate dallo stesso Barabino (alcune di esse sono presenti in mostra).
Nicola Rossello

