Santiago Cogorno non fece parte a pieno titolo del gruppo “Nueva Figuracion Argentina”, ma ne subì l’influenza. In un contesto, quello degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, in cui, tanto in America quanto in Europa, l’Astratto e l’Informale andavano acquistando sempre maggior rilevanza sulla scena artistica, anche quello di Cogorno fu un ritorno a un figurativo che, ricusando i canoni tradizionali di bellezza, faceva ricorso – nella struttura compositiva, nell’uso soggettivo e antinaturalistico del colore, nella deformazione lineare, nell’enfasi espressiva – a un linguaggio non ortodosso, indifferente a ogni naturalismo descrittivo, ma che si riallacciava alle sperimentazioni formali delle avanguardie del primo Novecento, del Fauvismo e del Cubismo in particolare.
Nato nel 1915 a Buenos Aires da genitori liguri, ma presto rientrato in Italia, Cogorno ebbe modo di frequentare a Milano l’Accademia di Brera. Visse poi e lavorò per tutta la vita muovendosi tra l’Argentina e la Liguria. Ottenne importanti riconoscimenti. Nel 1956 fu invitato alla Biennale di Venezia. Espose alla galleria milanese del Milione. Fu vicino al realismo antiaccademico del movimento “Corrente”. Marco Levaggi, che del pittore fu amico e collezionista, ricorda come il suo studio a San Salvatore di Cogorno sia stato visitato da Marc Chagal, che in quell’occasione eseguì un rapido schizzo della basilica dei Fieschi.
Proprio dalla collezione Levaggi proviene il nucleo più consistente delle opere che compongono la mostra “Eros, di Santiago Cogorno” (presso la Società Economica di Chiavari; curatrici dell’allestimento Lia Gnecco, Miriam Badalotti e Angelica Pileggi; visitabile sino al 3 maggio 2026). Accanto ad alcune sculture lignee di arcaica monumentalità ispirate all’arte africana, e a qualche paesaggio, la rassegna conferisce uno spazio privilegiato a una quarantina di nudi femminili realizzati per lo più a tecnica mista (ma sono presenti anche tempere, pastelli, incisioni, carboncini).
Figure sensuali, dalle volumetrie possenti, messe in risalto da spesse linee di contorno, le donne di Cogorno esposte in mostra paiono come percorse da un senso di dinamismo febbrile, benché siano rinserrate entro una spazialità contratta, priva di connotazioni ambientali. Donna che si lava, 1961, Donna sdraiata, 1964, Calore, 1975, Fiori di campo, 1985, Donna seduta, 2000, sono opere in cui emerge una forte intonazione espressiva. In esse un segno incisivo, essenziale convive con una tavolozza dai colori vibranti, magmatici. In alcune composizioni (Angelo, 1961, Donna in blu, 1964, La ballerina, 1988) si può cogliere un’accensione lirica e fiabesca, che richiama inevitabilmente alla memoria la lezione dell’amico Chagal. Una prossimità alla destrutturazione cubista della figura femminile si può ravvisare in altri lavori, come Donna sul lago, 1959, Figure, 2000, Donna con fiori, 2001. Opere, anche queste ultime, che esibiscono suggestioni e rimandi reinterpretati liberamente: un’apertura formale che ha consentito a Cogorno di elaborare una cifra stilistica sua propria, di forte impatto comunicativo.
Nicola Rossello



