
La Resurrezione di Cristo del Tintoretto delle Gallerie dell’Accademia di Venezia è una composizione di dimensioni monumentali (161,5 x 234,5) e di toccante intensità espressiva. Misurandosi con un soggetto religioso da lui affrontato a più riprese, l’artista sceglie qui di associare il colorismo tipico della pittura veneziana (di Tiziano, in particolare) all’attenzione al disegno di matrice fiorentina (il modello è Michelangelo, recuperato attraverso la lezione del Vasari), riproponendo al contempo quelle ricerche luministiche che segnano una parte consistente della sua produzione.
Collocata proprio al centro del quadro, la figura sinuosa di Cristo è una presenza reale e vivente. Circonfuso da una potente luce soprannaturale, Egli emerge dalla sepoltura, il braccio destro proteso verso l’alto, la mano sinistra che stringe l’asta del bianco vessillo su cui è posta la croce di San Giorgio. Pare sul punto di librarsi verso il cielo. Ai lati della scena, in primo piano, Tintoretto ha dipinto i corpi michelangioleschi di due soldati, abbandonati a terra, privi di sensi. Altre guardie giacciono afflosciate tutt’intorno alla tomba. A sinistra un corteo di armigeri, che avanzava compatto verso il sepolcro, si arresta sgomento. A destra, sullo sfondo, il Golgota e le croci che si stagliano contro il cielo. Lo squarcio di luce che si propaga dal corpo vittorioso di Cristo, rischiarando le tenebre della notte e conferendo alla scena un tono fantastico, viene ad annunciare il trionfo della vita eterna sulla morte, e il sorgere di un’era nuova e una nuova Chiesa.

Al Museo Amedeo Lia di La Spezia, dove potrà essere ammirata fino al 3 maggio 2026, La Resurrezione di Cristo è posta a diretto confronto con due dipinti della collezione permanente, che illustrano invece il tema del Cristo morto, la tappa intermedia del racconto evangelico che segue l’atto del sacrificio di Gesù sulla Croce e precede quello della sua Resurrezione: una Deposizione dalla Croce dello stesso Tintoretto, un’opera che, accostandosi nelle intonazioni cromatiche ai modi del Veronese (il pittore veneziano rinuncia qui ai toni aspri e tenebrosi per adottare una tavolozza più pastosa), esibisce una spiccata enfasi teatrale (vedi i gesti scomposti dei dolenti intorno al corpo di Cristo, a cui si oppone l’immagine di Maria, stremata dal dolore, distesa a terra accanto al Figlio); e un Cristo deposto di Giovanni Cariani, una tela dal tono drammaticamente patetico ed espressivo, in cui si può cogliere la profonda spiritualità religiosa che animava la pittura lombarda del tempo (il quadro è del 1516 circa). Il corpo privo di vita del Salvatore, avvolto nella parte inferiore in un ampio sudario, è qui sorretto da alcune figure angeliche.

Quella sulla destra, in primo piano, vestita di rosa, volge lo sguardo verso di noi, come a volerci rendere emotivamente partecipi dell’evento raffigurato. Accanto a lei, Maddalena stringe la mano sinistra di Gesù e lo fissa con intensa espressione di dolore. Sulla sinistra, sullo sfondo, un paesaggio con una città, una chiesa, un palazzo e, sopra, un cielo cupo, nuvoloso. È un’immagine che resta nella memoria per la sua studiata articolazione spaziale e lo “straordinario splendore materico delle stoffe” (Francesco Rossi).
Nicola Rossello

