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Luigi Norfini in mostra a Lucca e a Pescia

Mostra Luigi Norfini

Può un pittore “accademico” essere un buon pittore? Certamente sì. In Francia da tempo ormai si vanno tirando fuori dai depositi dei musei dipinti troppo a lungo trascurati per farne oggetto di nuove accurate analisi (si pensi alla splendida mostra “Les années romantiques”, che nel 1997 toccò anche Piacenza). Si è capito che l’arte figurativa francese dell’Ottocento non può essere circoscritta a quella dei movimenti ormai consacrati (la scuola romantica, quella realista, l’Impressionismo e il Postimpressionismo) e che anche nella pittura dei Salons parigini si annidavano opere di alto valore. E così nomi indiscussi ai loro tempi, ma che poi hanno conosciuto eclissi nel favore della critica, sono tornati ad attirare l’attenzione degli studiosi.

In Italia sta accadendo qualcosa di analogo. Ecco allora una rassegna che fino a qualche decennio fa sarebbe stata considerata impensabile: quella che Lucca e Pescia dedicano a un loro illustre concittadino, Luigi Norfini: un artista oggi poco noto ai più e che tuttavia nell’Italia del secondo Ottocento riscosse un enorme successo e fu considerato una delle voci più vive della pittura risorgimentale.

Suddivisa in tre sedi diverse (a Villa Giunigi e a Palazzo Mansi a Lucca, al Museo Palazzo Galeotti a Pescia) e organizzata per temi, la mostra, dal titolo “Il pittore del Re. Luigi Norfini nell’Italia del Risorgimento” (visitabile sino al 26 aprile 2026; curatori Luisa Berretti, Emanuele Pellegrini, Ettore Spalletti), la prima a carattere monografico dedicata a Norfini, accorda giustamente uno spazio privilegiato ai grandi quadri di battaglie risorgimentali che a suo tempo fecero la fortuna dell’artista.

Provenienti rispettivamente dal Museo del Risorgimento di Milano e da quello di Torino, La battaglia di Novara, 1859, e Vittorio Emanuele II e gli zuavi a Palestro, 1863, si presentano come dipinti di dimensioni monumentali, che, nella loro complessità, conservano tuttavia una studiata unità compositiva. Attento all’effetto d’insieme, Norfini non rinuncia a mettere in evidenza il ruolo dell’eroe che conduce lo scontro: Robilant che, “ferito alla mano sinistra continua a dare ordini alla sua artiglieria”; il sovrano a cavallo, con la sciabola in pugno, al centro della composizione. Realizzati secondo tecniche pittoriche ancora tradizionali, sono quadri che non mancano di forza narrativa, di realismo, di precisione (i luoghi, le figure, gli episodi della battaglia sono rievocati con scrupolosa esattezza). In opere come queste, così come in altri lavori di Norfini presenti in mostra (La battaglia di Curtatone, un dipinto che possiede esso pure l’intensità di un’istantanea fotografica o di un’inquadratura cinematografica), si respira appieno lo slancio patriottico che animava in quei giorni la migliore gioventù italiana. Accanto all’intento nobilmente celebrativo, si può cogliere un’enfasi romantica e drammatica. Qui Norfini rivela il suo talento di narratore vigoroso, lo stesso che susciterà l’ammirazione di maestri come Gérôme e Meissonier.

Norfini era nato a Pescia nel 1825. All’Accademia di belle arti di Firenze era stato allievo di Giuseppe Bezzuoli, una delle maggiori figure del romanticismo storico, e del purista Luigi Mussini (l’uno e l’altro furono anche maestri di Fattori e Lega). Frequentò il Caffè Michelangelo, dove si davano convegno i pittori macchiaioli, e s’imbevve degli ideali risorgimentali, gli stessi che, nel 1848, lo spinsero a partecipare, come volontario, alla prima guerra d’Indipendenza. Combatté a Curtatone (battaglia di cui fornì un documentato riscontro attraverso una serie di disegni eseguiti sul campo). A differenza degli amici macchiaioli, tutti o quasi tutti accesi repubblicani, le simpatie di Norfini andavano a Cavour e a casa Savoia. Trasferitosi a Torino, entrò nelle grazie di personaggi influenti (Bettino Ricasoli, il conte di Robilant) e della stessa corte, da cui ebbe l’incarico di eseguire ritratti d’apparato e scene di battaglia che celebrassero i grandi eventi militari della storia risorgimentale: opere attraverso cui l’Italia appena unificata andava elaborando il proprio immaginario collettivo.

Bezzuoli e Mussini orientavano i loro allievi di maggior talento verso la pittura di storia, genere considerato all’epoca di maggior importanza, e che Norfini seppe trattare dispiegando anche qui le sue risorse di narratore romantico: Clemente VII studia le carte dell’assedio di Firenze, 1884, dove la figura imponente del pontefice sembra emergere minacciosa dal buio; Il Duca di Monmouth che chiede perdono, 1873, …

Al tempo stesso, Norfini si rivelò un ritrattista di vaglia. Accanto alla tela con Umberto I alle grandi manovre, 1880-1885, e al ritratto di rappresentanza di Vittorio Emanuele II, spicca in mostra il Ritratto di Carlo Ludovico di Borbone, 1879-1883, già duca di Lucca: Norfini ce lo descrive come un uomo invecchiato, ma che conserva ancora sul volto una sorta di sdegnosa e altera fierezza. Assieme ai dipinti d’apparato, ci sono poi le immagini dei notabili lucchesi: austeri esponenti del patriziato locale e della borghesia emergente, che l’artista raffigura con acume penetrante, cercando di cogliere, attraverso l’osservazione del volto e l’espressione dello sguardo, la vita interiore del personaggio effigiato.

Norfini fu anche vivace pittore di paesaggi (la Veduta delle colline di San Martino, la stessa che era stata teatro della battaglia, esibisce un orizzonte assai basso e un cielo cupo, pesante, che occupa larga parte della tela: una soluzione che caratterizza molti dipinti del pittore) e, nell’ultima fase della sua carriera, di interni domestici (L’alcova di Palazzo Mansi, una raffigurazione minuziosa e scintillante, prossima al gusto neosettecentesco in auge in quegli anni).

Al visitatore della rassegna è caldamente raccomandato di recarsi poi al Duomo di Pescia. Qui è collocata la Madonna in trono e Santi, 1853, (Norfini affrontò a più riprese soggetti di carattere religioso): una pala di stile neoquattrocentesco, in cui pare di poter cogliere un’eco della maniera dei Nazareni.

Nicola Rossello

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