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“Giovanni Boldini. La seduzione della pittura” – Mostra a Lucca

Giovanni Boldini, In conversazione, 1878 circa olio su tela, 28 x 41cm
Giovanni Boldini, In conversazione, 1878 circa olio su tela, 28 x 41cm

“Quando i tempi avranno situato i valori al loro giusto posto,
Boldini sarà considerato il più grande pittore del secolo scorso”
(Gertrude Stein)

“Boldini ha intuito la forma instabile della bellezza mondana, pronta a svanire”
(Vittorio Sgarbi)

La mostra alla Cavallerizza di Lucca (curatore Tiziano Panconi; visitabile sino al 2 giugno 2026) ambisce a fornire al visitatore una visione complessiva dell’intera avventura artistica di Giovanni Boldini. E dunque nelle sue prime sezioni ripercorre il periodo fiorentino e macchiaiolo del pittore ferrarese (le “tavolette” realizzate tra il 1864 e il 1870: Leopolda Banti alla spinetta, Ritratto di Leopoldo Pisani, Il pittore Luigi Bechi, Lionetto Banti…, dove già si avverte la capacità di far brillare i colori; l’intenso ritratto del Generale spagnolo; certe variazioni di gusto neosettecentesco: Intenditore nello studio dell’artista) e la prima produzione parigina, del periodo della Maison Goupil (1871-1878). Una stagione, quest’ultima, per tanti versi proficua: delle opere eseguite in questa fase, sono presenti a Lucca, accanto alle tipiche scenette di genere di piccolo formato, ma aggraziate e leggere, e squillanti di colori (Il matador, L’attesa, Il violoncellista, Signora che legge…), alcuni dipinti di già altissimo livello qualitativo: i deliziosi e luminosi À la campagne (La Primavera), In giardino, In conversazione.

Di fatto, il nucleo più consistente (e accattivante) della rassegna è costituito dai memorabili ritratti, soprattutto da quelli femminili, gli stessi che a suo tempo diedero fama e successo all’artista e che oggi richiamano folle di visitatori entusiasti alle personali che vengono a lui tributate.

Interprete attento e brioso dei gusti, delle esigenze e delle attese del raffinato ambiente aristocratico e altoborghese entro cui aveva deciso di farsi strada, Boldini, soprattutto dopo il definitivo trasferimento di Sergent a Londra, divenne il ritrattista più osannato e richiesto della ricca società cosmopolita che animava la Parigi della Belle Époque.

Le sue signore fiere e altere, misteriose e sfuggenti, uscite fuori, verrebbe da dire, da un romanzo di Henry James o di Proust o di D’Annunzio, vengono a comporre una nuova, moderna immagine del fascino femminile, in cui si uniscono bellezza voluttuosa e sofisticata eleganza. Ritratte spesso a figura intera, su fondo neutro o entro stanze vuote, le grandi dame di Boldini si presentano a noi come donne libere, pienamente consapevoli del proprio fascino.

Dipinti smaglianti e di grande formato, come Ritratto di signora, La principessa Eulalia di Spagna, La contessa Speranza, Mademoiselle De Nemidoff, Ritratto dell’attrice Alice Regnault, La contessa Berthier Leusse seduta, Signora bionda in abito da sera, esprimono in maniera emblematica lo spirito di un’epoca e di un mondo. Sono composizioni in cui la visione idealizzata della figura femminile non si fonda unicamente sugli aspetti esteriori: sulla grazia del volto o sull’eleganza spumeggiante degli abiti (dove i gioielli e il lusso delle sete e dei velluti vengono a rimarcare lo status sociale privilegiato del personaggio ritratto). Boldini mira a scandagliare, con discrezione, la personalità del soggetto effigiato, il suo temperamento, che traspare dalla mimica del corpo. È stato notato come le signore da lui immortalate non si presentino a noi come figure statiche. “Boldini non ama la tranquilla contemplazione, e dunque preferisce cogliere il corpo delle donne in movimento o mentre si contorce, stando ben attento a non eliminare la traiettoria dei loro gesti” (Alessandra Borgogelli). La ritrattistica del maestro ferrarese, lontanissima dall’immobilismo della posa fotografica, ha fatto di lui “il pittore della donna che passa”, come venne soprannominato ai suoi tempi.

L’artista conferisce alle proprie composizioni un taglio dinamico, rinunciando alla definizione meticolosa dei particolari. La sua pennellata si fa spedita, concitata, sfrangiante, tesa a rendere l’impressione del movimento, attraverso “sciabolate” di colore, vibranti effetti di luce.

Nella fase finale della sua carriera (essa pure adeguatamente documentata in mostra: Le due amiche, Dragoni a cavallo, La camicetta di voile, Natura morta di Rothschild, Busto di giovane sdraiata…), Boldini sembra andare verso lo sfaldamento delle forme, la loro immersione in atmosfere vaporose, rarefatte. Nella concitazione febbrile e nervosa di certe sue tele si è voluto leggere una presa di distanza dai canoni del ritratto di società e, al tempo stesso, un precorrimento delle avanguardie artistiche del primo Novecento, del futurismo di Balla, in particolare.

Nicola Rossello

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