HomeIn primo piano"I Macchiaioli", mostra a Milano

“I Macchiaioli”, mostra a Milano

Silvestro Lega, Un dopo pranzo (Il pergolato), 1868, Olio su tela, 75 x 93,5 cm., Milano, Pinacoteca di Brera © Pinacoteca di Brera, Milano - MiC
Silvestro Lega, Un dopo pranzo (Il pergolato), 1868, Olio su tela, 75 x 93,5 cm., Milano, Pinacoteca di Brera © Pinacoteca di Brera, Milano – MiC

L’arco temporale che la mostra “I Macchiaioli” prende in esame va dal 1848 al 1873, data della morte di Giuseppe Mazzini. È in questi 25 anni che si consumano fervori, speranze e delusioni del Risorgimento italiano, quel Risorgimento, in particolare, permeato di fermenti democratici e repubblicani in cui un po’ tutti gli esponenti della Macchia si erano riconosciuti. Curata da Fernando Mazzocca, Francesca Dini ed Elisabetta Matteucci, tre tra i maggiori esperti dell’arte italiana dell’Ottocento, la rassegna di Palazzo Reale a Milano mira ad analizzare la produzione dei Macchiaioli in rapporto con le dinamiche sociali, culturali e politiche di cui si nutrì il sogno dell’unità nazionale.

Di fatto, il proposito dei giovani artisti che si riunivano a Firenze nel mitico Caffè Michelangelo era quello di realizzare un rinnovamento profondo nella lingua pittorica italiana, per renderla partecipe delle aspirazioni patriottiche che attraversavano in quei giorni il nostro Paese. Si trattava, nelle loro intenzioni, di dare vita a una cultura figurativa nuova, emancipata dalle convenzioni e dai dettami delle istituzioni accademiche, adottando un inedito, più libero e diretto vocabolario pittorico che privilegiasse i temi “umili”: le scene di interni e di semplice vita quotidiana, destituite da lezi aneddotici (la vita silente e malinconica dei luoghi agresti e delle periferie delle città), la raffigurazione fedele di ambienti naturali, ritratti “in presa diretta” (laddove il paesaggio, da sempre considerato un genere minore, era stato sino ad allora poco frequentato dalla tradizione toscana).

Una pittura calata nella realtà contemporanea, quella dei Macchiaioli, che si sottraeva al revival neomedievale e neorinascimentale della pittura storica di derivazione romantica (a cui la mostra dedica la prima sala), per accostarsi piuttosto alla poetica del vero della scuola di Barbizon o al naturalismo napoletano dell’Ottocento. Adottando un linguaggio asciutto e abbreviato, di rarefatta semplicità, imbastito sugli effetti di contrasto tra le zone d’ombra e di luce del dipinto, e sulla giustapposizione di “macchie” di colore puro, dove la tecnica dell’en plein air, tesa a cogliere gli effetti luminosi del momento, conferiva alla composizione un’inedita immediatezza visiva, i Macchiaioli venivano ad attuare un’autentica rivoluzione dello sguardo, che, anticipando di qualche anno le innovazioni degli Impressionisti, avrebbe aperto la strada alla pittura moderna.

Scandita in nove sezioni, la rassegna di Milano (visitabile sino al 14 giugno 2026) allinea una serie di lavori di altissimo livello. Presenti gli esponenti più rappresentativi del movimento. Tra le opere di Fattori, spicca I soldati francesi del ’59, uno dei suoi primissimi dipinti di argomento militare. Realizzato nel 1859, sull’onda dell’entusiasmo che accompagnò in Toscana l’arrivo delle truppe di Napoleone III, il quadro – una tavoletta di piccole dimensioni di formato orizzontale – è privo di ogni enfasi celebrativa, così come avviene, del resto, in altri suoi episodi di guerra e figure di soldati, come Garibaldi a Palermo, 1861-1862, Il campo italiano dopo la battaglia di Magenta, 1862, La fanteria italiana alla Madonna della Scoperta, 1864 circa, o In vedetta, 1872, tele da cui trasse ispirazione il Visconti di Senso e del Gattopardo. Sempre di Fattori è Diego Martelli a Castiglioncello, 1867 circa, un affettuoso omaggio all’amico e generoso mecenate che seppe sempre sostenere e promuovere, come critico, l’avventura macchiaiola.

Di Lega è Un dopo pranzo (Il pergolato), 1868, una delle sue opere più smaglianti e giustamente celebri. A giudizio di Raffaele Monti, “una delle raffigurazioni più compiute e poetiche della società borghese del tempo”. In un tardo pomeriggio estivo, alcune giovani donne (tra loro c’è pure una bambina) sono sedute all’ombra di un pergolato in attesa che la domestica porti il caffè. Sullo sfondo, campi, case coloniche e una fila di pioppi che chiude l’orizzonte. È una scena restituita con pacata, “fotografica” misura visiva attraverso una tavolozza in cui predominano i colori chiari, brillanti.

Un’analoga atmosfera di serena intimità familiare si respira ne I promessi sposi (I fidanzati), 1861, Le bambine che fanno le signore, 1972, e ancora ne L’educazione al lavoro, 1863, una composizione semplice e severa in cui si è voluto riconoscere un richiamo alla pittura toscana del Quattrocento. Qui, in un quieto interno domestico, una signora vestita di bianco si fa aiutare a dipanare la matassa da una bambina seduta davanti a lei. La luce arriva da una finestra aperta sulla campagna.

La toilette del mattino di Telemaco Signorini è un dipinto del 1898, uno degli ultimi eseguiti dall’artista. Esso esula, dunque, dall’arco temporale che i curatori della rassegna si erano imposti. E tuttavia, a giustificare la sua presenza in mostra, vi sono la “superba eleganza descrittiva” (Mazzocca) e il carattere “naturalistico-umanitario” della composizione: vi è raffigurato l’interno di una casa chiusa dove un gruppo di prostitute si accinge a una nuova giornata di lavoro: un tema affrontato da tanta letteratura naturalista francese, da Maupassant a Zola. Il Signorini risorgimentale è quello invece della Cacciata degli austriaci dalla battaglia di Solferino, 1860, e de L’artiglieria toscana a Montichiaro salutata dai francesi feriti a Solferino, 1860.

Accanto ai nomi più noti, sono presenti a Milano gli altri protagonisti del movimento: Raffaello Sernesi, che resterà ucciso nel 1866 combattendo con i volontari di Garibaldi (Pastura in montagna, 1861), Giuseppe Abbati, destinato lui pure a morire in giovane età (Il chiostro di Santa Croce, 1862), Cristiano Banti (Il ritorno dalla messa, 1865 circa), Vincenzo Cabianca (Zuavi in azione, 1860 circa, Le monachine, 1862, Sul mare, 1864), Odoardo Borrani (Il 26 aprile in Firenze, 1861, Le primizie, 1868), Adriano Cecioni (Le ricamatrici, 1866-1867)… La rassegna ha inteso ospitare anche un gruppo di dipinti dei fratelli Gerolamo (L’imbarco dei Mille a Quarto, 1860) e Domenico (Il richiamo del garibaldino, 1854, L’arrivo del bollettino di Villafranca, 1861-1862) Induno, pittori milanesi di fatto estranei all’esperienza macchiaiola, ma che condividevano gli ardori patriottici del gruppo di Fattori.

Una stagione straordinaria, quella della Macchia, su cui tuttavia, in passato, il canonico confronto con l’Impressionismo ha finito per pesare negativamente. Oggi, per contro, gli studiosi sono concordi nel riconoscere il peso che i Macchiaioli hanno avuto nella storia dell’arte europea del secondo Ottocento. La loro pittura non è più considerata un fenomeno marginale, periferico, cresciuto all’ombra delle esperienze d’Oltralpe, bensì un movimento autonomo, con uno sviluppo suo proprio e una propria vitalità espressiva. E una propria lingua: una lingua che ha saputo dare voce alle speranze e alle aspirazioni del nostro Paese.

Nicola Rossello

Mostre

A Chiavari una mostra dedicata a Santiago Cogorno

A Chiavari una mostra dedicata a Santiago Cogorno
La Sapienza Università di Roma - Foto di Diego Pirozzolo
Fondazione Roma Sapienza, “Arte in luce” XI edizione

CINEMA

TELEVISIONE

Advertisement

Acquista su AMAZON

Libri

Musica

Abbigliamento

Elettronica

Giardino e Giardinaggio

In qualità di Affiliato Amazon Bit Culturali riceve un guadagno dagli acquisti idonei