Gli anni del soggiorno italiano di Van Dyck vanno dal 1621 al 1627, buona parte dei quali trascorsi a Genova. La Superba in quegli anni era in fitti rapporti commerciali con le Fiandre e una nutrita colonia di artisti di quel Paese operava in città: tra questi, i fratelli Lucas e Cornelis de Wael, da cui Van Dyck fu amichevolmente ospitato e introdotto nella buona società locale.
Il giovane pittore anversano, che era giunto in Italia preceduto dalla fama di valente ritrattista, fu presto ricoperto di incarichi di grande prestigio. Le più facoltose famiglie genovesi (i Balbi, i Cattaneo, i Brignole Sale, gli Spinola, i Durazzo, i Grimaldi, i Pallavicini, i Lomellini…) fecero a gara a commissionargli ritratti, ma anche quadri a carattere sacro e devozionale, dipinti mitologici. Oggi un numero consistente di capolavori dell’artista fa bella mostra di sé nelle raccolte pubbliche del capoluogo ligure: a Palazzo Bianco, a Palazzo Rosso e a Palazzo Spinola, in particolare: gallerie che quanti percorreranno le sale della rassegna “Van Dyck l’Europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra” non dovranno tralasciare di visitare.
Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, le curatrici della mostra di Palazzo Ducale di Genova (visitabile sino al 19 luglio 2026), hanno inteso dare un adeguato risalto alla stagione italiana del maestro fiammingo, durante la quale il suo linguaggio artistico pervenne alla piena maturazione. Al tempo stesso però, si è voluto offrire al visitatore un’antologica esaustiva della produzione di Van Dyck, dando anche conto della fase iniziale della sua attività pittorica (ad Anversa, sotto l’egida di Rubens), di quella che coincise con il ritorno in patria dell’artista, e di quella conclusiva (in Inghilterra, alla corte del re Carlo I).
Articolato in dieci sezioni tematiche, il percorso espositivo raccoglie una sessantina di dipinti. Uno spazio di rilievo è assegnato alla ritrattistica ufficiale, il genere che diede al pittore fama e ricchezza. Recuperando una tipologia già utilizzata da Tiziano e Rubens, Van Dyck raffigura i suoi modelli frontalmente, talora a tutta altezza (fino al primo Cinquecento era in uso il ritratto a mezza figura), seduti o in piedi o a cavallo (tra i ritratti equestri esposti al Ducale, c’è quello, postumo, di Carlo V, proveniente dagli Uffizi), lo sguardo fiero rivolto verso l’osservatore. Sontuosamente abbigliati, i gentiluomini e le nobildonne del maestro anversano conservano tutti un’aria autorevole, un aspetto sostenuto. Lo sfondo prevede colonne, pilastri, ricchi drappeggi dai colori sgargianti. Tra i dipinti realizzati in Italia, Giovane generale in armatura, Ritratto di Luigia Cattaneo Gentile, Gentiluomo genovese in armatura, Giovane armigero, Ritratto di Maria Chiavari Durazzo, Ritratto di vedovo… Il tono solenne con cui l’artista celebra i notabili genovesi acquista accenti meno formali e più rilassati allorché Van Dyck ritrae i bambini (delizioso il Ritratto di Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo, con i tre fratellini in posa, contegnosi, sui gradini di un portico colonnato; il più piccolo stringe nella mano un uccellino bianco – allusivo, a giudizio della Orlando, dell’anima di un fratello morto in tenera età – e si rivolge verso di noi, come a volerci dire qualcosa) o gli amici e i conoscenti (Ritratto di famiglia del pittore Cornelis de Vos e sua moglie Suzanne Cock, un dipinto che vive di un’atmosfera di quieta intimità domestica; il doppio ritratto dei fratelli de Wael, posto a confronto con quello dei loro genitori) o, ancora, nelle sue prove giovanili, i commercianti e i borghesi di Anversa: figure di cui ci vengono restituiti i tratti individuali, l’indole, la psicologia (Ritratto di gentiluomo di settant’anni, Ritratto di mercante…).
In Inghilterra, dove Van Dyck operò come artista di corte, i suoi innumerevoli ritratti tornano ad acquistare intonazioni auliche, senza che mai, tuttavia, l’idealizzazione della figura assuma forme enfatiche e roboanti: al contrario, v’è una più contenuta fermezza nella presentazione del personaggio, una maggiore attenzione alla naturalezza dei gesti, alla disinvolta eleganza e noncuranza delle pose. Così è per il Ritratto di Lord John Belasyse, dove il pittore adotta il taglio a mezza figura e lo sfondo scuro per dare il massimo risalto all’espressione assorta del volto e ai colori dell’abito. Accanto al doppio ritratto di Carlo I e della regina Maria, si dovranno segnalare il curioso Ritratto di Lady Venetia Digby come allegoria della Prudenza, quello di Elisabeth Howard (si notino la resa squisita dell’abito, e la mano della gentildonna posata sul ventre a significare il suo stato interessante), e quello di Mary Ruthven (Lady Van Dyck), la moglie dell’artista. La sua produzione ebbe una profonda influenza sulla ritrattistica inglese del Settecento: su Gainsborough, su Reynolds, su Lawrence.
Accanto ai ritratti di intonazione ufficiale, ci sono i quadri devozionali. Sono opere in cui, ricorrendo a una tavolozza esuberante, attenta alla lezione della pittura veneta del Cinquecento, dell’amato Tiziano in particolare, Van Dyck elabora strutture compositive virtuosistiche, che associano una densità drammatica teatrale, barocca, a una visione religiosa consona alla spiritualità della Controriforma. La sua Santa Rosalia incoronata da due angeli ha il volto acceso di estatico fervore, lo sguardo rivolto verso il cielo, rapito in una mistica visione celeste, la mano sinistra al petto. Anche qui, come nella pittura veneziana, la ricchezza del colore è anteposta alla cura del disegno. La crocifissione di San Michele di Pagana, unica pala d’altare eseguita da Van Dick in Liguria per un edificio religioso, è un dipinto austero, di grande densità drammatica, privo di ogni compiacimento pittorico. La gamma cromatica, condotta su toni sobri, sommessi, è ravvivata dal magnifico inserto del panneggio bianco che avvolge i fianchi del Cristo in croce. Un Barocco più interiorizzato, meno sonante rispetto a quello di Rubens, si può cogliere nel Matrimonio mistico di Santa Caterina, nel Martirio di San Sebastiano (gli è accanto il San Sebastiano medicato dagli angeli di Rubens), o nell’inedito Ecce Homo, di collezione privata, messo a confronto con il Cristo di Palazzo Reale di Genova.
Un’intonazione più lirica ed elegiaca emerge nelle opere a tema biblico (Sansone e Dalila, una composizione ispirata a un analogo soggetto di Rubens; di notevole qualità pittorica la morbidezza serica, quasi palpabile, della veste di Dalila) e nelle scene a carattere profano, dove si avverte una teatralità misurata (Le tre età dell’uomo, un dipinto enigmatico, giocato su una struttura compressa, di grande concentrazione, e sulla densità dell’impasto cromatico, Chronos taglia le ali di Cupido, Sileno ebbro…).
Nicola Rossello


