
La pratica del décollage è quella che ha reso Mimmo Rotella (Catanzaro, 1918 – Milano, 2006) famoso in tutto il mondo. La lacerazione del cartellone cinematografico o del manifesto pubblicitario, prelevato dal muro di una strada e poi incollato su tela o su un altro supporto, veniva ad assumere per l’artista calabrese la valenza di un atto di denuncia del carattere effimero delle immagini prodotte dai mass-media. Non un gesto meramente iconoclasta, dunque, ma un atto critico che, smascherando le seduzioni della comunicazione visiva, mirava ad appropriarsi fisicamente di immagini di largo consumo e rapido deperimento, e “rifigurarle”, offrendo loro un’identità nuova, quella dell’oggetto artistico. Di fatto, lo strappo e il successivo lavoro di rifacimento a cui Rotella sottoponeva la figura pubblicitaria o cinematografica consentivano a quest’ultima di riscattarsi e acquisire lo statuto di un’opera pop.
La mostra “Mimmo Rotella. 1945-2005” di Palazzo Ducale a Genova (visitabile sino al 13 settembre 2026), allineando un centinaio di opere suddivise in sette sezioni tematiche, intende fornire al visitatore un’immagine compiuta dell’itinerario creativo dell’artista. Alberto Fiz, che ha curato il percorso espositivo, ha scelto di conferire uno spazio adeguato ai celebri décollage: una produzione che copre un buon mezzo secolo, dai primissimi interventi sulla cartellonistica pubblicitaria degli anni Cinquanta (A Bologna, 1954, Il jazz,1956, Hisorical, 1959) ai décollage figurativi del decennio successivo (Birra!, 1962, Il punto e mezzo, 1962, À minuit, 1962, Commercio e unità, 1962, Ritz, 1963, Tenera è la notte, 1963, Viva America, 1963, Liberty Valance, 1963, Homage au Président, 1963…), fino agli ultimi “strappi” (Cinemascope 3, 2003, Attenti, 2004, Dance Dream, 2005).
Accanto ai décollage, sono presenti in mostra dipinti della fase giovanile astratto-geometrica (Composizione ritmica, 1949, Composizione, 1950, Quasi orientale, 1951…) e le prime sperimentazioni materiche degli anni Quaranta e Cinquanta (Naturalistico, un assemblage su tela con colla, vetri e specchietti del 1953).
Nel frattempo la fama di Rotella si andava consolidando. Egli aveva avuto modo di soggiornare a più riprese in America, dove era entrato in contatto con Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Claes Oldenburg, Robert Indiana, e aveva potuto confrontare le proprie ricerche sulla cultura dell’immagine e sulla comunicazione di massa con il linguaggio della Pop Art.
A partire dagli anni Sessanta, sulla scorta di Duchamp, sperimenta il ready-made (è l’oggetto di uso comune, sottratto al suo contesto consueto e presentato allo spettatore come opera d’arte: Le palle, 1961, La rotella di Rotella, 1988), i riporti fotografici (ovvero il trasferimento di immagini fotografiche su tele emulsionate: notevole la serie in bianco e nero dedicata alla tragica stagione degli anni di piombo: Attacco, 1979, La lettera del Papa, 1979, L’agguato, 1979, L’Italia spara, 1980, Il martire, 1980…), il frottage (Love, 1971, C’era una volta, 1972), l’effaçage (Pensando al lavoro, 1972), l’artypo (Venere imperiale, 1966, Brindisi, 1966, Acrobazie, 1967, Metrica industrializzata, 1970): sono tutti procedimenti tecnico-linguistici in cui emerge l’attenzione verso il gesto che manipola e reinventa l’immagine popolare già configurata, conferendole una funzione e una destinazione diverse, un riscatto poetico.
Negli ultimi decenni Rotella si accosta al graffitismo, intervenendo con scritte su manifesti preesistenti. Sono le cosiddette “sovrapitture”, in cui si è voluto vedere un accostamento al recupero dell’azione pittorica caldeggiato dalla Transavanguardia (Kaos nucleare, 1992, De Chirico, 2000).
Nicola Rossello

