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Robert Mapplethorpe, l’ideale di bellezza classica

Recensione della mostra dedicata al fotografo Robert Mapplethorpe che si è tenuta a Palazzo Reale di Milano.

La fama di Robert Mapplethorpe è oggi soprattutto legata alle sue foto di corpi maschili ispirate alle forme della scultura antica: immagini di grande forza visiva che, ricorrendo a un gioco sapiente e sottile di luci e ombre, esibiscono una rigorosa eleganza attica, proponendosi come studi sul corpo umano e sul desiderio. In questi scatti, tutti realizzati in studio, ricorrendo a una H500C, l’ideale di bellezza classica è perseguito conferendo ai corpi atletici dei modelli una tensione scultorea, quasi che l’artista abbia voluto farceli percepire come statue di antichi eroi tornate miracolosamente alla vita.

La retrospettiva “Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio” di Palazzo Reale a Milano è stata la seconda tappa di un itinerario espositivo che, scandito in tre distinte rassegne, è partito dalle Stanze della Fotografia di Venezia e si concluderà a Roma al Museo dell’Ara Pacis.
La tappa di Milano, curata da Denis Curti e chiusa il 17 maggio 2026, pur conferendo uno spazio privilegiato alla riflessione dell’artista sul corpo umano (Ken Moody, 1983; Darrick Cross, 1983; James Deitz, 1983; Thomas, 1986; Thomas, 1987…), mira a offrire una panoramica complessiva del suo percorso di ricerca, lo stesso che, negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, ha segnato con una impronta indelebile il linguaggio della fotografia.

Nella prima sala della mostra sono state esposte le prove degli anni Sessanta, allorché Mapplethorpe sperimenta il collage e le tecniche miste, prima di individuare nella fotografia lo strumento a lui più congeniale.

Un’ampia sezione della rassegna è poi stata riservata ai ritratti di personalità celebri della musica, del cinema, della letteratura, dell’arte: figure eminenti della scena creativa e culturale newyorkese di quegli anni: Andy Warhol, Truman Capote, Robert Rauchenberg, Isabella Rossellini, David Hockney, Grace Jones, Roy Lichtenstein, Keith Haring, Yoko Ono, Willem de Koening, Susan Sontag, David Byrne, Peter Gabriel, Richard Gere… Scatti in cui lo sfondo neutro e uniforme è utilizzato per rendere il personaggio ritratto più vicino allo sguardo dello spettatore, come avveniva nella pittura antica.

Focus particolari sono stati assegnati ai ritratti dedicati a Patty Smith, che di Mapplethorpe fu intima amica, sodale e musa negli anni difficili del loro apprendistato (nelle foto esposte, assai intense, si può cogliere la grande vicinanza e il profondo affetto che univano i due giovani artisti), alla serie realizzata con Lisa Lyon, una culturista allora molto famosa, e ai numerosi e folgoranti autoritratti introspettivi eseguiti nel corso degli anni: immagini in cui l’artista si presenta dapprima come un giovane aitante e fiero di sé (Self Portrait, 1980, dove Mapplethorpe, sigaretta in bocca, fissa l’obiettivo con espressione accigliata, abbigliato come un novello James Dean) e poi, negli scatti degli ultimi anni, con il volto scavato dai segni della malattia che lo avrebbe condotto alla morte a soli 42 anni.

Un’altra sezione della mostra è stata dedicata alle nature morte di fiori e piante, scatti assai stilizzati, realizzati talora a colori (Fiori, 1983; Tulipano, 1985; Fiori in un vaso, 1885; Papavero, 1988; Orchidea, 1889) – per contro, i ritratti e gli studi sul corpo sono tutti eseguiti in un sontuoso bianco e nero.
A chiudere la rassegna una serie di foto di statue antiche (Antinoo, 1889), sculture classiche su cui Mapplethorpe, operando in senso inverso rispetto ai suoi lavori sul corpo umano, interviene per liberarle dalla loro staticità e renderle vive e pulsanti.

Nicola Rossello

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