La valorizzazione del patrimonio culturale italiano in un libro di Andrea Kerbaker

Andrea Kerbaker - Lo Stato dell’artePer televisione in questi giorni si pubblicizza MaratonArte, una iniziativa del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali per salvare sette siti italiani di grande pregio culturale. Naturalmente credo che l’intento di salvare sia inscindibile da quello di valorizzare.
Per contribuire all’opera di sensibilizzazione sull’importante problema della trasmissione e della valorizzazione dell’immenso patrimonio artistico-culturale italiano, autentica risorsa ed unicità storica, qualche mese fa è apparso un libro interessante e di palpitante attualità. Si tratta del saggio tascabile della editrice Bompiani Lo stato dell’arte. Valorizzazione del patrimonio culturale italiano. Ne è autore Andrea Kerbaker, attivo nella valorizzazione del patrimonio culturale.

Il libro é articolato in tre sezioni e presenta una puntuale e sentita introduzione nella quale si avverte che “dopo aver perso tanti treni, l’Italia non può permettersi di lasciare ad altri il primato in un campo che, pur con interminabili alti e bassi la vede al comando del mondo ininterrottamente per un paio di millenni”.
L’autore intende offrire ed offre effettivamente “un panorama di azioni esemplari, ad alto tasso di fattibilità, contraddistinte non tanto da un costo elevato, né da una qualche ideologia di fondo, ma soprattutto da una congrua dose di buon senso e molta buona volontà”. Queste qualità sarebbero veramente necessarie per ridurre i costi troppo alti del turismo in Italia. È auspicabile che operatori turistici e alberghieri facciano la loro parte per ridurre i costi dei loro servizi.

Nella prima sezione del libro, intitolata Fine del monopolio, si sottolinea l’esistenza, oggi, di una concorrenza che va affrontata con una valorizzazione che “presuppone apertura di mente, capacità di visione, intelligenza mobile, attitudine al cambiamento”, unite a stanziamenti importanti da considerare come investimenti a medio-lungo termine. Naturalmente non bisogna lasciarsi sfuggire quanto sia importante una gestione delle risorse culturali che tenga conto della loro migliore fruizione.

La seconda sezione, dal titolo Vizi e virtù, comprende due capitoli: Una felice complicità e Ora e sempre resistenza.
Nel primo attraverso numerosi ed importanti esempi si afferma come in Italia l’abitudine alla convivenza con il patrimonio culturale sia “uno spirito che pervade ogni aspetto, calato nel profondo del paese”. Si tratta di una contiguità degli italiani con il loro patrimonio culturale intesa come “fatto incontrovertibile che nessuna struttura del presente riesce fortunatamente a scalfire”.
Nel secondo capitolo l’autore si sofferma sull’atteggiamento costantemente critico, spesso oltre il ragionevole, dell’italiano. Atteggiamento “finalizzato sempre a trovare i lati negativi e non quelli positivi delle cose”, che “si trasforma in una costante resistenza a qualsiasi tentazione di apertura nei confronti del nuovo, nel nome dell’immutabilità”. È una reazione, uno snobismo contro il nuovo tout court non condivisibile, ostacolo che spesso richiede un gigantesco dispendio di energie per poter essere rimosso.

La terza sezioneManualetto d’uso, dopo aver sottolineata la insopportabile litigiosità della nostra cultura, sia che ci riferiamo ai contemporanei, sia che ci riferiamo ai viventi nei confronti dei morti, individua azioni concrete ritenute in grado di valorizzare il nostro patrimonio.

Il discorso, ricchissimo di citazioni valide a suo supporto, viene condotto in sette capitoletti che potremmo chiamare pillole di contemporaneità, e corrispondono ai seguenti titoli: Vivacità, Mobilità, Originalità, Semplicità, Contaminazione, Comunicazione, Contemporaneità.
Tutto questo per dire che i luoghi culturali devono essere vivaci e accoglienti, aperti, familiari, stimolatori di esperienza, luoghi dove è possibile la rotazione delle collezioni con formule nuove, capaci di attrarre in maniera originale e coinvolgente, luoghi dove deve albergare non solo la capacità di divulgazione attraverso un linguaggio comprensibile a tutti, ma anche la capacità di intrecciare in maniera armonica le diverse competenze per raggiungere un risultato di pubblico interesse.

In definitiva nelle iniziative per valorizzare i beni culturali bisogna saper trasmettere una passione continua con un processo di aggiornamento anch’esso continuo che eviti i rischi dell’absolescenza.

Andrea Kerbaker, dopo averci ammonito sulla nostra pesante responsabilità di trasmettere ai nostri figli l’immenso patrimonio del Paese, ci offre proposte innovative, sensate e originali per “renderlo vivo, presente, palpitante di attualità”, immune agli attacchi dell’insensibilità, della speculazione edilizia e di altri morbi il cui primo untore è l’inciviltà e la irragionevolezza.

Questo libro, interessante ed attuale, va segnalato perché sicuramente non è noioso, fa seriamente il punto sullo stato dell’arte e sulla valorizzazione del patrimonio culturale, contiene, lo ripetiamo, ricchezza di esempi e di autorevoli citazioni intelligentemente scelte e offerte come ottimo ausilio esplicativo e per validi spunti di riflessione.
Non manca la citazione di uomini che hanno saputo rompere, nel campo della conservazione e della valorizzazione della cultura, quegli schemi stantii e rancidi, incapaci di essere al passo con i tempi e di essere di ausilio nell’immaginazione di un mondo a venire.

Questo libro, che condivido, coraggiosamente vuole che lo spettacolo, l’arte, la cultura siano fruibili come base per affrontare i temi caldi della contemporaneità e ci aiutino ad afferrare il futuro. Esso, in breve, ci avvia verso un futurismo nuovo.

Devo alla lettura di questo saggio di Kerbaker la riflessione con la quale voglio concludere questa recensione: occorre con amore lavorare per restituire, nel campo dell’arte, a tutto ciò che fu segno(1) del tempo (al monumento nella sua più vasta gamma di significati) quella carica emozionale, emotiva e comunicativa, che proviene dall’avvertirlo, ancora oggi, come monstrum, come ostentum, come portentum, come prodigium. Solo così facendo il fruitore avvertirà dentro di sé il significato del primitivo monēre (ammonire) da cui deriva monumentum (ricordo, monumento).
Kerbaker ha lavorato sicuramente in questa direzione.

Rinaldo Longo

Scheda libro


1: Su segno, monstrum, ostentum, portentum, prodigium si veda: Rinaldo Longo, Poesia, scienze del linguaggio e discipline sociali,2° ed.  (Collana di linguistica e semiotica) Albatros, Corigliano Calabro, 1998, p. 17-18; 1° ed. 1994;
Rinaldo Longo- Arte figurativa contemporanea a Corigliano,Il Seme, Corigliano Calabro 1997, p. 66 n. 3.