Dialogo con la fotografia. Nella notte di Brassaï

BrassaiIl Pub è in penombra, illuminato da qualche candela posata qua e là tra i tavoli e il bancone.
Edo continua a parlare versando del Chianti nel mio calice. Commenta il giusto equilibrio tra luci e ombre del Pub: gli specchi, le bottiglie di lato sono d’atmosfera, un’opportunità fotografica da non perdere.
Sorseggio il vino, guardo verso il bancone del locale, ricordando una certa cassiera di una discoteca romana. Mi chiedo quanto di parigino e quanto di new yorkese c’era nei suoi occhi.

Edo richiama la mia attenzione, non lo ascolto, sono immerso in probabili fotografie del passato, come istanti che ritornano, ma senza pellicola, così, come pensieri videoproiettati. Poi due ragazze, gli sguardi che s’incrociano, il tintinnio dei calici che si toccano per un brindisi, la cassiera dal fare sfuggente e la musica, rigorosamente acid jazz, intervallata da pezzi elettronici e altro ancora.
Una bella occasione fotografica, commenta Edo, o anche una serata che promette diverse avventure, sottolineo io. Il fascino della notte o il mistero delle ombre: che ingredienti speciali!

Da tempo parliamo dei grandi maestri della fotografia, di come questi hanno influenzato la storia dell’arte e di come la fotografia ha penato una certa errata considerazione di subalternità rispetto alla pittura.
Baudelaire a metà Ottocento definiva i fotografi dei pittori mancati, relegando la fotografia ad una sorta di attività di consolazione rispetto alla grande espressività della pittura. Eppure con la notte, le ombre, i locali e i caffè qualcuno ha fatto arte, e che arte!

A distanza di anni ci sembra ancora di rivivere le stesse atmosfere, come se noi, nel XXI secolo, in quel locale fossimo la reincarnazione degli stessi personaggi e dello stesso caffè immortalati da Brassaï: un istante mai passato, che rivive ad ogni colpo d’occhio.
Pensieri, tra un Chianti e due sguardi alle ragazze accanto, che offrono l’occasione per introdurre questa rubrica di fotografia, che non seguirà un filo cronologico particolare, ma si muoverà tra le immagini e gli autori, cercando di istaurare un dialogo con loro, distillato dal tempo e dai luoghi, per cercare un nuovo “modo di comprendere”, come scrisse Bresson.

Il nostro viaggio parte da Brassaï, dall’autore che interpretò Parigi, la notte, i locali, i suoi frequentatori, in un modo quasi surreale.

Nell’immagine Open gutter (tratta da Paris de nuit) osserviamo un marciapiede e un sentiero di pietre che si snoda in maniera irregolare, come un serpente che si perde nell’oscurità. Le ombre sono gentili e si percepisce appena la luce dei lampioni. Sullo sfondo le finestre e le porte chiuse indicano che la città dorme, sogna, mentre qualcuno, fermo accanto al treppiedi, prova ad immortalarla.

Brassaï misurava l’esposizione con una sigaretta: l’accendeva, faceva aprire l’otturatore e aspettava, godendosi quel meraviglioso spettacolo che era Parigi nell’oscurità. Forse proprio questo lo spinse ad imparare a fotografare, il desiderio di fermare per sempre un mondo affascinante, insolito, seducente. La sigaretta finiva, Brassaï buttava la cicca e snap, chiudeva l’otturatore: Parigi avrebbe vissuto per sempre nelle sue immagini.

Guardando la foto noi ci immergiamo nel suo mondo, nella notte, che non è mai un percorso lineare, ma procede sempre in maniera irregolare, come il sentiero di pietre lungo il marciapiede. Se di giorno domina la razionalità, la notte è il luogo dell’istinto, delle ombre che suggeriscono avventura, scoperta, che hanno il fascino dell’ignoto non privo di ostacoli, indicati dai tronchi degli alberi e dalla strada resa scivolosa dall’acqua.

Attenzione! perché qualcuno di notte si fa male; non dimentichiamoci che coperti dall’oscurità si muovono bruti, ladri, gente in cerca di guai. Ma vale la pena percorrere questo sentiero, incuranti del pericolo, come faremo noi, nella prossima puntata, continuando a muoverci nella notte di Brassaï.

Diego Pirozzolo

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