Orvieto | Il fascino dell’Egitto. Il ruolo dell’Italia pre e post-unitaria nella riscoperta dell’antico Egitto

Modellino ligneo con scena di agricoltura. Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte e del Museo Antichità EgizieOrvieto – La Fondazione per il Museo “Claudio Faina” e la Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto presentano nelle loro due sedi, dal 12 marzo al 2 ottobre 2011, una importante mostra sull’Egitto, che pone in risalto il ruolo svolto dagli italiani nel riportare alla luce le vestigia di una tra le più affascinanti civiltà del passato.
L’esposizione, coordinata da Giuseppe M. Della Fina e curata dalle egittologhe Elvira D’Amicone e da Massimiliana Pozzi, riunisce circa 250 reperti provenienti da una quindicina di musei e istituzioni culturali italiane.

L’egittologia moderna ha una precisa data di nascita, l’anno 1822, quando Jean-François Champollion decifra, grazie alla stele di Rosetta, la scrittura geroglifica. Con lui, in una spedizione congiunta franco-toscana che percorse l’Egitto (1828-1829), c’era l’italiano Ippolito Rossellini.
In realtà, come la mostra documenta, protagonisti di una “corsa all’Egitto” furono uomini che al fascino dei Faraoni univano spesso quello del commercio antiquario. Due di loro hanno creato le basi per altrettanti musei. Giovanni Battista Belzoni, padovano, il primo ad entrare nella piramide di Chefren e nel tempio rupestre di Ramesse II ad Abu Simbel, trovò l’ingresso di sontuose tombe nella Valle dei Re e mise insieme, per il suo committente Henry Salt, il nucleo fondante della collezione egizia del British Museum, senza dimenticare la sua città cui legò alcuni importanti reperti. Il secondo, Bernardino Drovetti, piemontese, console di Francia in Egitto, riunì una collezione non meno vasta che venduta ai Savoia, è oggi il nucleo fondante di un altro museo, l’Egizio di Torino.
Due storie tra tante di un’epoca che vide italiani protagonisti in Egitto.

Il percorso espositivo di storie ne presenta molte. Come quelle di Luigi Vassalli, Carlo Vidua e Giuseppe Acerbi. Ma è sulla figura di Ernesto Schiapparelli che “Il fascino dell’Egitto” si sofferma in modo più ampio. Schiapparelli scoprì la Tomba di Nefertari e la sepoltura di Kha, l’architetto reale, quest’ultima perfettamente conservata, prima di essere direttore del Museo Egizio di Firenze e poi di quello di Torino.