Torino celebra Tina Modotti con una mostra a Palazzo Madama

Tina Modotti, Uomini che aggiustano le reti, Messico, s.d.
“Metto troppa arte nella mia vita e di conseguenza non mi rimane molto da dare all’arte”. Una delle frasi più celebri di Tina Modotti, capace di rivelare una biografia suggestiva, ricca di amori, incontri, viaggi, tragedie, impegno politico e sociale, ma sopratutto di grande sensibilità artistica e di purezza formale, fissata in modo indelebile nelle sue pellicole.
Torino dall’ 1 maggio al 5 ottobre 2014 renderà  omaggio alla Modotti (1896-1942) con una mostra a Palazzo Madama.
Un’esposizione nata dalla collaborazione tra la Fondazione Torino Musei, l’associazione culturale Cinemazero e la casa editrice Silvana Editoriale, con il patrocinio del Comune di Torino, che ripercorrerà  tutte le tappe della carriera della Modotti, ricostruendo sia il suo percorso artistico – che la vide prima attrice di teatro e di cinema in California e poi fotografa nel Messico post-rivoluzionario degli anni Venti – sia la sua non comune vicenda umana.

Tinissima, come la chiamava affettuosamente la madre, nata a Pracchiuso nel 1891 in provincia di Udine da una famiglia molto povera, emigrò in America nel 1913 per raggiungere il padre. Donna bellissima,  stravagante, estrosa, attraversò il sentiero della vita vivendo intensamente le sue passioni, dall’impegno sociale in difesa dei più deboli alla continua ricerca e sperimentazione nella fotografia: il suo unico modo per esprimere se stessa attraverso la rivelazione della realtà che si disvelava lentamente mettendo a fuoco quella piccola porzione di mondo selezionata dalla sua inquadratura.
Ad avvicinarla alla fotografia fu un altro gigante del Novecento, Edward Weston, fotografo con il quale instaurerà una relazione intensa e travagliata. Insieme si trasferiranno in Messico venendo subito a contatto con gli artisti ed intellettuali del posto, tra i quali Diego Rivera e Frida Kalho. Weston le insegnerà l’arte dell’inquadratura e sopratutto come ottenere immagini stilisticamente e formalmente eccellenti, capaci di rivelare significati profondi con la sola forza dell’inquadratura, della modulazione tra luci ed ombre e della numerosa gamma tonale di grigi presenti nella foto. Una fotografia che non ricorre ad alterazioni o manipolazioni in camera oscura, completamente distante da quella pittorialista, che altresì introdusse la manualità, il soft focus o altre tecniche per elevarsi, nelle intenzioni del movimento, alla stregua della pittura e della scultura. In questo senso Tina Modotti ama definirsi semplicemente fotografa, che “produce non arte, ma oneste fotografie”. Il contatto con la realtà diventa dunque fondamentale, ma ciò non toglie il valore di artisticità  intrinseco delle sue immagini che si staccheranno da un puro formalismo estetico per assurgere a composizioni cariche di senso e rivelazioni per tutti gli spettatori che le guardano.

A Palazzo Madama i visitatori potranno ammirare le varie opere realizzate durante tutto l’arco di vita dell’artista, dagli still life e dagli scatti figli dell’Estridentismo del primo periodo, per arrivare progressivamente ai ritratti delle donne di Tehuantepec, fino  alle immagini più politiche e “rivoluzionarie” come il famoso scatto della Marcia di campesinos dove si vedono una miriade di uomini con in testa un cappello che letteralmente attraversano la fotografia: compatti, energici, danno l’idea di un’unità politica, di una forza in movimento che l’opera sintetizza nella sua vitalità e nella sua ottimistica sensazione che gli ostacoli del mondo non possono arrestare il tutto che avanza.

Una grande retrospettiva che celebra una delle più amate artiste dell’immagine, mettendo in evidenza l’evoluzione del suo stile e della sua sapiente ricerca, senza trascurare gli aspetti più propriamente privati dell’esperienza umana della Modotti, che hanno avuto una notevole influenza sulla sua produzione. La relazione con Weston, in particolare, a cui rimarrà legata anche dopo la rottura del loro rapporto amoroso, testimoniata dalle numerose lettere esposte a lui indirizzate, prova di un confronto e un dialogo costante con il vecchio amante e maestro.

Diego Pirozzolo