Bologna | La Camera. Sulla materialità della fotografia

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Attila Csörgő, 'Semi-Space', 2001, in 'The Camera Blind Spot II', veduta dell'installazione. Extra City Kunsthal, Anversa 2015 © We Document Art

Attila Csörgő, ‘Semi-Space’, 2001, in ‘The Camera Blind Spot II’, veduta dell’installazione. Extra City Kunsthal, Anversa 2015 © We Document Art

Sarà inaugurata venerdì 29 gennaio 2016, alle ore 18.30, a Palazzo De’ Toschi di Bologna, la mostra “La Camera. Sulla materialità della fotografia“, il terzo episodio di un progetto espositivo più ampio, a cura di Simone Menegoi, che indaga il rapporto fra scultura e fotografia, il cui titolo complessivo è The Camera’s Blind Spot.

L’esposizione, aperta al pubblico fino al 28 febbraio 2016, presenta opere di un folto gruppo di artisti internazionali: Dove Allouche, Paul Caffell, Elia Cantori, Attila Csörgő, Linda Fregni Nagler, Paolo Gioli, Franco Guerzoni, Raphael Hefti, Marie Lund, Ives Maes, Justin Matherly, Lisa Oppenheim, Johan Österholm, Anna Lena Radlmeier, Evariste Richer, Fabio Sandri, Simon Starling, Luca Trevisani, Carlos Vela-Prado.

Le opere sono realizzate con le tecniche fotosensibili più insolite e rare fra quelle attualmente in uso oggi presso artisti visivi e fotografi: dai dagherrotipi di Evariste Richer alle stampe al platino di Paul Caffell, dalle scansioni fotografiche sferiche di Attila Csörgő ai “monotipi a getto d’inchiostro” di Justin Matherly. Una rassegna di eccentricità, arcaismi, hapax legomena fotografici il cui scopo è quello di spiazzare le aspettative comuni dello spettatore rispetto alla fotografia e di fargli sperimentare di nuovo, almeno per un istante, la meraviglia del suo avo ottocentesco di fronte a un’invenzione che ha rivoluzionato la cultura visiva e il rapporto stesso con la realtà. Non è una sfida al digitale (le tecniche digitali, del resto, dalla scansione alla stampa 3D, sono alla base di alcune delle opere in mostra) quanto alla sua egemonia assoluta; all’idea che, dopo l’avvento della ripresa digitale, ogni altra tecnica fotografica sia diventata obsoleta e non possa che essere abbandonata.

Infine, la scultura non è assente dal terzo episodio della serie. Riemerge, infatti, nei soggetti: le sculture romane fotografate da Paolo Gioli con un procedimento di sua invenzione, che comprende una pellicola fosforescente, oppure le stalattiti e stalagmiti, vere e proprie sculture naturali, fissate su vetro da Dove Allouche con la tecnica ottocentesca dell’ambrotipia. Più spesso, la scultura si ripropone nella presenza fisica di opere basate su tecniche fotografiche, e che tuttavia si stenta a chiamare “fotografie”: ad esempio, la Structure for Moon Plates and Moon Shards (2015) di Johan Österholm, una costruzione realizzata con i vetri di una vecchia serra per fiori, spalmati di emulsione fotosensibile e poi esposti alla luce della luna. In tempi di smaterializzazione dell’immagine fotografica, i singolari “oggetti fotografici” in mostra si propongono come sculture vere e proprie.

La mostra è uno degli appuntamenti espositivi della 4°edizione di Art City Bologna, iniziativa promossa dal Comune di Bologna e da Bologna Fiere per affiancare all’annuale edizione di Arte Fiera un programma di mostre ed eventi culturali di alto profilo, istituendo così un collegamento tra il grande evento fieristico e il tessuto culturale della città.

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