Inch’Allah, un film di Anaïs Barbeau-Lavalette – Recensione

Ad animare questa inquietante evocazione dei conflitti arabo-israeliani v’è un antisemitismo subdolo, mascherato dietro il paravento del discorso umanitario, ma non per questo meno protervo e abietto. Siamo alle solite: per le anime belle del culturame occidentale il popolo ebraico potrà anche essere compatito per quello che ha dovuto subire in passato nei campi di sterminio nazisti, ma allorché quello stesso popolo mette in atto una qualche strategia difensiva per difendere delle vite umane dal terrorismo islamico – un muro, un check point –, ecco allora che esso torna ad assumere le sembianze del colonialista prevaricatore capace di ogni nefandezza, capace persino di voler impedire ai palestinesi di consumare i loro attentati (le cui vittime, si sa, sono solo sporchi giudei).

Chloe, l’ostetrica canadese interpretata da Evelyne Brochu, avrà il suo bel da fare, nel film, per difendere la sua posizione di neutrale equidistanza dalle parti in lotta. Il corso degli eventi e la raffigurazione sin troppo angelicata della fauna che vive nei campi profughi trasformeranno la sua confusa intenzione umanitaria in complicità attiva con chi ha scelto di seminare il sangue e il terrore tra gli odiati sionisti.

Al festival di Berlino del 2013, Inch’Allah ha ottenuto premi e riconoscimenti a iosa. La cosa può lasciare interdetti, quando non si pensa che l’islamofilia è divenuta ormai un’attrazione modaiola largamente diffusa nei cenacoli radical chic.

Nicola Rossello

Scheda film
Titolo: Inch’Allah
Regia: Anaïs Barbeau-Lavalette
Cast: Sabrina Ouazani, Carlo Brandt, Yousef Sweid, Evelyne Brochu, Sivan Levy, Marie-Thérèse Fortin, Hammoudeh Alkarmi, Zorah Benali, Ahmad Massad
Genere: Drammatico
Durata:  101 minuti
Uscita: 2012