Renata Rampazzi, mostra alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia

Renata Rampazzi, Lacerazione, 1982, olio su tela, cm 60 x 80La Sala Borges della Fondazione Giorgio Cini di Venezia ospita, dal 6 aprile al 17 giugno 2018 (prorogata fino al 1° luglio 2018), la personale di Renata Rampazzi dal titolo “Cruor – sangue sparso di donne“.

L’esposizione ruota attorno al tema della violenza nei confronti delle donne, argomento di urgente quotidianità e che riguarda tutti i paesi del mondo, da quelli economicamente più avanzati a quelli più arretrati.

Renata Rampazzi, testimone del tempo in cui vive, rielabora la tematica della violenza, del sangue, del dolore che aveva segnato la sua produzione artistica degli anni Settanta/Ottanta, e lo affronta attraverso una serie di nuovi lavori, realizzati con materiali e forme nuove per comunicare in maniera più diretta e coinvolgente.

«Molte delle mie opere portavano tracce del mio turbamento di fronte a quelle manifestazioni di sopraffazione maschile – afferma Renata Rampazzi -. Era un grido personale, un disagio che ruotava attorno al sesso, alla metafora della ferita, che rimandava ad azioni e comportamenti ancora generalmente tenuti nascosti, taciuti. Oggi per la loro diffusione, violenza e ostentazione, sono un fenomeno sociale che reclama una generale denuncia, rivolta e rifiuto di complicità. Tutte le espressioni individuali e collettive della cultura, del potere e della vita sociale sono chiamate a una presa di posizione e a intervenire».

L’esposizione Cruor unisce il passato al presente. Un presente in cui le tele vengono sostituite da garze che si rifanno ai bendaggi per curare le ferite, i segni delle deturpazioni e in cui i pigmenti e gli spessori di colore che ruotano attorno alle gradazioni del rosso, rimandano alle lacerazioni, offese e sofferenze delle vittime.

Il percorso espositivo parte da alcuni quadri storici degli anni ‘70/’80 per arrivare all’installazione realizzata da Renata Rampazzi per l’occasione, in collaborazione con la scenografa Leila Fteita, in cui, come scrive nel suo testo in catalogo Claudio Strinati, riferendosi all’opera della Rampazzi, «lo spazio-installazione è pensato come una sorta di opera d’arte globale costituita dalle singole opere, come se la mostra dovesse essere vista nelle sue singole componenti ma considerata un organismo unico vivente».

Accompagna la rassegna un catalogo Edizioni Sabinae, bilingue italiano e inglese, con testi di Dacia Maraini e Claudio Strinati.