La stanza di Mantegna in mostra a Roma

Andrea Mantegna (Isola di Carturo  1431 – Mantova 1506), Ecce Homo, 1500 ca, tempera su tela montata su tavola 54,7 x 43,5 cm - Paris, Musée Jacquemart - André – Institut de France © Studio Sébert Photographes
Andrea Mantegna (Isola di Carturo 1431 – Mantova 1506), Ecce Homo, 1500 ca, tempera su tela montata su tavola 54,7 x 43,5 cm – Paris, Musée Jacquemart – André – Institut de France © Studio Sébert Photographes

A Roma, le Gallerie Nazionali di Arte Antica Palazzo Barberini, ospitano, dal 27 settembre 2018 al 27 gennaio 2019, la mostra “La stanza di Mantegna. Capolavori dal Museo Jacquemart-André di Parigi“, a cura di Michele Di Monte.

L’esposizione, frutto di uno scambio con il Museo Jacquemart-André di Parigi, è incentrata su un ristretto numero di opere, fra cui due capolavori di Andrea Mantegna.

Sei le opere in mostra, raccolte dal celebre collezionista Edouard André (Parigi 1833-1894) e da sua moglie Nélie Jacquemart (Parigi 1841-1912), che lasciarono in eredità la loro prestigiosa collezione allo Stato francese.

La selezione è incentrata sul capolavoro di Andrea Mantegna, Ecce Homo, chiara sintesi di inizio Cinquecento tra le esigenze della pittura devozionale e una costruzione scientifica delle forme anatomiche e dello spazio. Il quadro di Mantegna riveste un ulteriore, eccezionale interesse anche per il suo stato di conservazione, che documenta la tecnica esecutiva originale del pittore e gli effetti estetico-visivi da lui perseguiti.

Accanto all’ Ecce Homo sarà esposta un’altra opera attribuita allo stesso Mantegna, la più giovanile Madonna con il Bambino tra i santi Gerolamo e Ludovico di Tolosa, che testimonia l’interpretazione mantegnesca delle immagini di Maria, soggetto ampiamente trattato in area veneta dalla bottega di Giovanni Bellini, con cui Mantegna era in stretto contatto.

Questi sviluppi iconografici ed estetici possono cogliersi chiaramente nella piccola tavola, Madonna col Bambino, di Giovanni Battista Cima da Conegliano, che riprende e riformula quell’ormai autorevole e fortunato modello tipologico.

Il raro ritratto su pergamena di Giorgio Schiavone illustra invece l’interesse per il genere allo stesso tempo moderno e classicizzante del ritratto celebrativo, declinato in un profilo inciso di ispirazione antica e reso con un gusto prezioso della materia che l’artista aveva maturato nella bottega del mastro padovano Francesco Squarcione.

Il culto delle forme dell’arte antica è altrettanto evidente sia nel disegno di scuola mantegnesca, Ercole e Anteo, sia nel ricercato bronzetto di Andrea Briosco, detto il Riccio, anch’egli attivo in area padovana, che raffigura Mosè con l’eleganza della posa e il panneggio solenne di una piccola statua classica.

Tutti questi pezzi lasciano trasparire una fase della storia del collezionismo d’arte europeo della fine del XIX secolo, segnato dalla crescente passione per le opere del Rinascimento italiano e per i maestri delle scuole veneta e toscana, in un intreccio in cui si fondono interessi di ordine sociale ed economico, esigenze conoscitive, critiche e storiche e nuove aspirazioni intellettuali, che può trovare un eloquente parallelo nella raccolta di opere che la collezionista tedesca Enrichetta Hertz (Colonia 1846 – Roma 1913) donò alla Galleria Nazionale all’inizio del secolo scorso.