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Mirella Muià e la storia del suo lungo viaggio nel libro “La porta aperta dell’orizzonte”

Mirella Muià - La porta aperta dell'orizzonte

Il viaggio diventa una cura, l’ultimo tentativo lasciato all’uomo perché guarisca.
(Giovanni Macchia)

La porta aperta dell’orizzonte è la cronaca di una vita, quella dell’autrice, il rendiconto di un percorso difficile, scandito da tappe e luoghi diversi, a cui il ricordo dà una delicatezza buona e serena: una collana di esperienze, stazioni, emozioni, volti che, come avveniva ne I fiumi di Ungaretti, hanno consentito a Mirella Muià di crescere e di riconoscersi infine “una docile fibra dell’universo” – un universo in cui, come lei scrive, “l’invisibile e il visibile sono inseparabili e formano una realtà sola”.

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C’è la Calabria rurale del secondo dopoguerra, lo scenario incantato di una primissima infanzia segnata dalla povertà e dall’assenza del padre, un uomo di mare costretto a percorrere gli oceani su navi di lungo corso. C’è la Genova degli anni dell’adolescenza, una città di “vicoli stretti, piccole piazze antiche e palazzi di pietra grigia”, dove Mirella sperimenta la propria condizione di straniera, ma al contempo allaccia amicizie durature, che ne segneranno il carattere. C’è la Parigi dei filosofi allora alla moda e degli incontri decisivi che consentiranno a Mirella, ormai pienamente donna e madre e scrittrice, di acquisire una diversa sicurezza e maturità.

E ci saranno infine il ritorno alla terra dei padri – un nostos che è recupero di una lingua, di una religione, di una comunità – e la scelta del ritiro monastico in un eremo antico che “si affaccia sulla valle di uliveti e rocce”: un rifugio quieto, appartato, dove la ricerca di un senso pieno, appagante al proprio vivere non comporta l’annullamento del passato, ma conduce alla scoperta di come sulle decisioni e sui destini umani contribuisca il disegno divino.

Una testimonianza, quella che ci viene offerta dalla Muià, che ha le cadenze di un racconto orale, privo di bellurie letterarie, ma giocato talora sull’ellissi, l’allusione discreta, e dove gli elementi aneddotici sono ridotti all’essenziale. Anche perché il viaggio della Muià, al di là delle situazioni e delle relazioni amicali e affettive restituite dal vissuto della memoria, vuol essere il viaggio di un’anima, la descrizione di un itinerario di ricerca interiore destinato a un approdo felice. Di qui il senso di pace, di quieta, serena accettazione del mondo e della vita che vibra nelle pagine del libro.

Nicola Rossello

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