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“Pathos”, mostra di Luigi Grande a Chiavari

Luigi Grande, Filosofo in piedi, 2019, olio su tela, cm 70x100
Luigi Grande, Filosofo in piedi, 2019, olio su tela, cm 70×100

Luigi Grande avvia il proprio percorso pittorico agli inizi degli anni Sessanta (al 1960 risale la prima personale a lui dedicata, presso la galleria “Il Portico” di Santa Margherita Ligure), anni difficili e tormentati, in cui, a livello nazionale, spadroneggiava la corrente dell’Informale. Grande, classe 1939, palermitano di nascita, ma assai presto trapiantato nella Riviera Ligure, opta per una strada diversa, proponendo una pittura che, recuperando la virulenza e le deformazioni formali della cultura espressionista (sul maestro eserciteranno un’influenza decisiva Soutine, Marc, Macke), si ponesse in alternativa rispetto alle suggestioni alla moda.

Sin dai suoi primissimi inizi, egli sceglie di restare ancorato ai modi della figurazione e di condurre le proprie ricerche servendosi di alcuni temi ricorrenti, che si riproporranno puntuali e ostinati nel corso di una carriera che copre ormai oltre mezzo secolo: il nudo femminile, il ritratto, il paesaggio naturale.

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La personale in corso a Chiavari presso la Galleria Grasso (aperta sino al 10 dicembre 2023) si sofferma sulla produzione dell’artista di questi ultimi decenni. A colpire l’attenzione del visitatore sono i paesaggi mediterranei, caratterizzati da una pennellata drammatica, tendente a dissolvere le forme (Gli alberi si parlano, 2017; Non fu il compleanno, 2019; Albero, 2020), nonché il nutrito repertorio dei nudi di donne distese, dove la discesa nello spazio fisico della carnalità è associata a una voluta indeterminazione nella resa del corpo femminile (su tutti, una Figura coricata, del 2013).

Ma sono soprattutto i ritratti a lasciarci senza fiato. Ritratti tormentati, inquietanti, angosciosi, dove la tensione espressiva assume la forza e il vigore di una visione terrifica. Penso in particolare al Filosofo in piedi, del 2019, e alle due Figure frontali, del 2023, ma anche al Nativo del popolo degli invisibili, del 2020 (il soggetto degli indiani d’America, assai caro al maestro, è stato da lui proposto in varie rassegne): immagini sconvolgenti, di una densità cruda, feroce, dove pare di cogliere qualche affinità con la pittura di Lucian Freud. Sono lavori in cui alle audacie compositive si unisce un’esuberante, sensuosa raffinatezza cromatica (quei sinistri bagliori di rosso che avvolgono le figure; quei neri densi, bituminosi, distesi come una colata lavica sul dipinto); volti e figure attraverso cui Grande ci trasmette un senso di doloroso disagio, la percezione dell’inquietudine oscura di cui è pervaso il nostro esistere.

Nicola Rossello

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