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Salvatore Gagliardo. Una retrospettiva

Opera di Salvatore Gagliardo

L’iter della produzione artistica di Salvatore Gagliardo (1897 – 1957), come ben documenta la rassegna in corso sino al 13 gennaio 2024 presso l’Accademia Ligustica di Genova, si compone di due stagioni ben distinte: la fase iniziale, che copre il periodo giovanile divisionista, e quella, avviata negli anni Venti, in cui la pratica del ritratto viene ad assumere un ruolo centrale, preponderante.

Nato a Genova, autodidatta, e dunque privo di una solida formazione accademica, Salvatore Gagliardo seppe tuttavia tenersi aggiornato sui nuovi indirizzi dei movimenti artistici coevi, anche grazie ai costanti rapporti che intrattenne con il fratello Alberto Helios, un pittore che agli inizi del Novecento aveva acquisito una discreta notorietà (di lui in mostra si può ammirare un notevole Autoritratto con la moglie). Gagliardo non fu, come talora si è scritto, un appartato. La sua presenza a importanti esposizioni (partecipò a più riprese alla Biennale di Venezia) e gli incontri e le frequentazioni con letterati del suo tempo (in rassegna sono esposti i ritratti da lui eseguiti dei poeti Firpo e Lavagnino) ci dicono di un Gagliardo che, pur tra varie difficoltà, era riuscito a sintonizzarsi con l’ambiente che lo circondava e a trovare un proprio spazio nella scena artistica ligure.

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Nelle sue prime realizzazioni, Salvatore Gagliardo si dedica soprattutto alla pittura di paesaggio. Seguendo da presso le orme del fratello e tenendosi vicino alla lezione di Previati e Nomellini, egli adotta la tecnica del colore diviso e una grafia filamentosa, conferendo talora alle proprie tele coloriture simboliste. È quanto avviene, ad esempio, in Preludio d’arpa, del 1913, una composizione che, nel clima sospeso, incantato che la sottende, nelle forme allungate delle figure, manifesta una chiara sintonia con la maniera di Puvis de Chavannes (si pensi alle Giovani fanciulle e la morte, di quest’ultimo); o nella La lampada della vita (Lampada che scolora), del 1919, estremo suo lavoro ascrivibile a questa sua prima matrice pittorica, un dipinto in cui sono avvertibili aneliti spirituali e mistico-religiosi che rimandano a quelle teorie teosofiche verso cui Gagliardo nutriva un assai vivo interesse.

Nel 1926 Gagliardo dipinge Ritratto del fratello pittore e Ritratto di mia madre. Ritratto di mio padre è di tre anni più tardi. Sono opere che denunciano un deciso mutamento di indirizzo rispetto a quelle realizzate nel decennio precedente. L’artista, ignorando le lusinghe delle avanguardie storiche, ha avviato un proprio personale “Ritorno all’ordine”. È la fase più intensa e produttiva della sua ricerca creativa. Accantonata definitivamente l’esperienza mistico-divisionista, la sua pittura si applica ora a una figurazione di impianto tradizionale e di gusto neoclassicista, individuando nella ritrattistica il proprio genere prediletto. La solida costruzione di queste figure immobili, pensose, silenti, delineate nei modi di una classica compostezza e plasticità, guarda ai modelli degli antichi maestri (a Piero della Francesca, in particolare). Il recupero in chiave moderna, operato da Gagliardo, della grande tradizione pittorica italiana si sviluppa in sintonia con la poetica della rivista romana “Valori plastici” e del gruppo Novecento, lo stesso sostenuto in quegli anni da Margherita Scarfatti. In questi suoi lavori si coglie una semplificazione purista delle forme e dei volumi, l’adozione di uno stile netto, compiuto, una riduzione della gamma cromatica.

Ritratto della cognata Nini Casaccia è del 1932 (il dipinto, di forte intensità poetica, è stato scelto come emblema della mostra). Qui le superfici compatte del colore, la presenza solenne della figura effigiata, sospesa in una sorta di algido silenzio, la quieta malinconia del suo sguardo, conferiscono all’insieme una sensazione di incantato stupore e meraviglia, calandoci in un’atmosfera raggelata, evanescente, senza tempo, prossima alle atmosfere rarefatte, straniate, quasi metafisiche del Realismo Magico (la memoria va, inevitabilmente, a certe tele di Casorati o di Donghi).

Piccolo d’officina, del 1945, è una composizione che andrà letta come un omaggio alle nuove tendenze del realismo sociale. È un quadro di buona fattura, ma per certi versi lontano dai caratteri precipui della poetica di Gagliardo.

Il quale Gagliardo, negli ultimi anni della sua produzione, rinunciando al soccorso dei temi sociali, tornerà agli amati ritratti (Ritratto di famiglia, 1948; Christina, 1956; La bruttina, 1956; Ritratto di giovane donna, 1957), gli stessi a cui oggi è opportuno dedicare un’attenzione specifica, non occasionale. Un impegno che i curatori della rassegna di Genova, Matteo Fochessati e Valeria Leoncini, hanno saputo onorare.

Nicola Rossello

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